Il Topo

Teatro

Una produzione Prospettiva Capaneo

Con Matteo Cecchini, Valentina Cipriani, Alessandro Conti e Lorenza Guerrini

Regia Matteo Cecchini

Musiche Andrea Franchi

Grafica Sara Pecchioli


Perché fare teatro oggi? A cosa serve? A chi si rivolge?

Domande, ossessioni quotidiane che come un metronomo battono nel nostro cervello con un ritmo banale e a volte fastidioso.

Spesso pensiamo di aver trovato la risposta, ma poi come un epifania ritornano a farsi presenti e suonare nuovamente nella testa.

Da tempo spinti da questo battito, ci eravamo conviti che il modo migliore per superare questa condizione fosse concentrarci sullo ‘‘spirito del teatro’’, alla ricerca di quell’atmosfera di festa, di rito e di condivisione, di quella collettività, di quel big bang da cui si crede abbia preso forma.

parte della scenografia: foglie secche a formare un tappeto, lanterna antica accesa e scatole di legno usate come piccolo tavolo

Ebbene, come sarebbe buona pratica conoscere i luoghi della propria origineprima di avventurarsi in viaggi lontani, così abbiamo ritenuto necessario avvicinarci a quella tradizione, a noi prossima, che è anima stessa del teatro, il racconto.

La nostra terra è patria di una memoria orale che si tramanda da secoli.

Maestri indiscussi di quest’arte erano i contadini che dopo giornate di massacrante lavoro si ritrovavano insieme la sera a far veglia.

Fenomeno unico, meraviglioso di condivisione e festa.

La veglia nel mondo mezzadrile era uno specifico e caratteristico rito ripetuto costantemente per quasi tutto l’anno ed aveva in sè un significato che andava oltre la comune socializzazione. Espressione primitiva d’arte e di liberazione, sentita in pieno dai contadini, riusciva a creare tra le famiglie amicizia, confidenza e solidarietà.

In quelle ore di veglia in un ambiente amico, quasi intimo, in casa col focolare, le famiglie vivevano momenti di pace dove ognuno, liberamente, nella notte dava sfogo alla propria anima.

Sembra impossibile non rimanere catturati dalla semplicità epica di questi momenti. E con la volontà di imprigionare il mito, ci siamo incamminati in un percorso attraverso la lingua, il suono e le nostre origini.

Durante questo tragitto, è avvenuto l’incontro con Raffaello Pecchioli, scrittore e poeta toscano, ingiustamente lasciato alla polvere del ricordo.

Grazie a Paolo Magelli, direttore del Teatro Metastasio di Prato, abbiamo conosciuto una delle sue opere più ricche “Il Topo’’.

La poesia di Pecchioli è qualcosa di eccezionale, di violento, di pungente e politico, che cattura lo spettatore. Il vero “topo” è Raffaello, che ha vissuto come un lupo solitario, solo contro il mondo. Una coscienza che parla, da considerare come un esercizio spirituale.

Un esercizio spirituale, appunto, a cui abbiamo dato l’aspetto di una veglia contadina attraversata da numerose presenze.

Un racconto senza dialoghi, un poema, che vive di immagini tanto poetiche quanto reali.

parte della scenografia: una chitarra in penombra e una lampada antica su una cassetta di legno, circondata da mandarini e foglie secche

Un ragazzo (forse lo stesso autore?) si rifugia nella campagna solitaria per dimenticare un amore malato. L’ultimo bastione d’umanità che si è lasciato alle spalle è una locanda gestita dalla Bruna, verace ostessa, a cui periodicamente fa visita per rifornirsi di provviste. Il Natale è alle porte. E una violenta nevicata potrebbe lasciarlo isolato per settimane. Accanto a sè ha Carruba, un bambino, o meglio una presenza. Sarà reale o solo frutto dell’immaginazione di un ragazzo che ha scelto l’eremitaggio? Insieme hanno un obiettivo certamente più concreto: catturare Jack il Nero, un topo di dimensioni eccezionali..

Ebbene in quell’antivigia del Natale del 1965 qualcosa scosse questa particolare quotidianità.

Uno straniero si appostò alla quercia.

Dare voce alle voci di una veglia, ecco l’essenza del nostro progetto, che porta inevitabilmente alla resa diretta di un testo. Cercare, nel calore di una rappresentazione essenziale, di rievocare le parole del poeta attraverso un sistema di suggestioni capaci di rafforzarne il contenuto .

Immagini pure, semplici, (spesso la forza risiede proprio nella semplicità) che cercheranno di colpire lo spettatore con un accurato gioco di suggestioni uditive, olfattive e gustative.

Forse niente può descrivere l’essenza del nostro progetto e della nostra ricerca meglio delle parole stesse di Raffaello:

Ora: vorrei anch’io esser chiamato Ismaele, come l’aspirante ramponiere del Moby Dick.
Ma, se così avvenisse al termine di questa storia, siate anche tolleranti dopo esser stati magnanimi: non definitemi presuntuoso, visionario, pazzo o uomo povero di spirito. Noi, esseri perfetti, viviamo tra caso e fatalità.
Non c’è dunque da stupirsi se sconosciute, spesso imprevedibili, ci sono le strade che ci troviamo a percorrere. Talune di queste strade possono poi far crescere in noi l’autostima, un esagerato rispetto per noi stessi. Ciò tuttavia è scusabile, al pari dell’illusione che ne segue d’esser cresciuti, che è, tra i veleni della vita, il meno amaro.

L’uomo è davvero un eterno apprendista: ogni attimo della sua esistenza, si apre su ciò che un attimo prima gli era sconosciuto.

Succede anche che più della furia delle belve, sia l’animo umano – la cui conoscenza tuttavia è nostra mèta prestigiosa -, a stupirci. Avviene che, in questa nostra ricerca, le ombre ci aggrediscano, che le paure ci tolgano il senno; ma anche che verità dolorose che non vorremmo conoscere, sappiano poi restituirci, con la dignità, anche la voglia di vivere. ”