17 gennaio - ex Ospedale San Giacomo, Carrara

IL DEBUTTO

ore 01:00

Sono indeciso sul risultato della generale, di solito non va mai bene ed è giusto così, però adesso mi sto lasciando prendere dalla paranoia.

Ho paura di trasmettere in maniera troppo “accennata” o di sembrare solo un cretino che scimmiotta i cliché. Spero solo di non essere troppo assurdo perché quando sono in scena se provo a figurarmi dall’esterno mi capita di perdere il “momento” che sto recitando e tutto perde di potenza e di significato.

L’ansia di debuttare ufficialmente è forte, so che è inutile pensare al giudizio degli altri ma, per me, rimane uno degli ostacoli più difficili da superare. Non ho uno sguardo esterno abbastanza sviluppato da poter capire se lo spettacolo, nel suo insieme, possa sostenere 50 minuti. Tutto questo per via della mia inesperienza. L’occhio esterno principale di Dentro il buco è stato quello di Mina, insieme all’appoggio e all’interesse attivo della nostra docente che mi nutre di forza e coraggio. Ciò nonostante, non riesco a capire come sia lo spettacolo… qualcuno mi ha detto che è stato bello. Molti invece mi hanno detto:”TU sei stato bravo”. Spero di non aver creato una follia o una roba da abortire.

ore 3:15

Sono una creazione di Mina.

ore 13:30

La generale mi ha fatto capire che tutto gira intorno a ciò che provo in scena, non posso affidarmi alla narrazione lineare di una vicenda perché non c’è, o meglio, c’è ma solo grazie all’operazione registica; il testo descrive delle situazioni che si presentano come cornici, hanno come legame tematiche importanti, prima fra tutte la maternità, ma a una prima lettura (o nel caso del pubblico: al primo ascolto) alcune scene potrebbero risultare addirittura autonome. Riuscirò a sostenere la consequenzialità emotiva di Nino? Dovrò concentrarmi molto bene, ho paura di fare una cagata come ieri che ho iniziato di fretta perché eravamo in ritardo. Non voglio “re-citare” (come direbbe Civica) lo spettacolo, cioè citarlo tecnicamente come nella peggiore prova… ieri continuavo a vedermi e a sentirmi. Due carissime amiche mi suggeriscono di annullare tutto e di pensare che fra il pubblico ci siano solo loro. Farò così, stacco tutto e mi chiudo dentro il buco. Alle 17:30 si va in scena!

ore 22:30

Forse il fatto che la generale sia andata male… è andata bene.

Ho fatto più robe rispetto al solito, mi sono concesso la libertà di improvvisare delle piccole aggiunte per accompagnarmi meglio, a livello emotivo, tra una situazione e l’altra. Alla fine è davvero andata bene, mi sono divertito e me ne sono fregato del pubblico; ho immaginato che ci fossero soltanto le mie due amiche a vedermi.

Poi ho fatto dei ringraziamenti con il nodo alla gola, ringraziando i professori, Mina, Enrico, tutte le compagnie residenti al San Giacomo e alla fine sono dovuto scappare in bagno perché mi veniva da piangere! Che scemo!

Sono veramente felice del risultato, è stato tutt’altro spettacolo rispetto alla generale! Mi spiace un po’ per quelli che l’hanno visto ieri sera, vabbè meglio così!

Stavolta mi sono riscaldato e concentrato a modino, sono entrato davvero Dentro il buco e ne sono uscito con il cuore così pieno di emozioni da scoppiare. Bene, domani mi toccherà smontare tutto quanto, evviva! 

ore 23:45

Caro diario, forse un po’ mi mancherai.
Forse continuerò a scriverti, chissà.
Sei stato veramente d’aiuto nei momenti più stressanti e confusi.
Certe volte ti ho scritto riportando discussioni avvenute fra amici, altre recuperando pensieri inviati come messaggi scritti o vocali e altre ancora sfogando il mio flusso di coscienza.

Secondo Mina appena inizi a scrivere un diario non smetti più, ebbene me lo auguro con tutto il cuore!

Che tu possa rimanere una testimonianza fissa per tutte le mie paturnie e riflessioni.

Grazie,
Ale.

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Diario dell'attore, Teatro
16 gennaio - ex ospedale San Giacomo, Carrara

LA GENERALE

Abbiamo lavorato tantissimo e c’è ancora tanto da fare. Riusciremo ad esser pronti per la generale delle 21? Ho invitato qualche amico per avere un po’ di pubblico perché se proprio mi devo spaventare è meglio che lo faccia oggi. Devo ringraziare Enrico con tutto il cuore, è il mio migliore amico ed è venuto a darci una mano per stare al banco di regia però me ne sono approfittato prendendo pure le sue braccia! Abbiamo trasportato una panca pesantissima, lunga più di 5 metri, dal dipartimento di scenografia (ultimo piano della sede centrale) al San Giacomo (oltre piazza Alberica)…a piedi! Mi tremano le mani dalla fatica, spero che passi prima della generale. Spero di riuscire a fare almeno tre prove. Spero che il tempo possa rallentare perché scarseggia.

*** aggiunta “per la cronaca” ***
ore 20:30
Salta la corrente senza una ragione, non eravamo in sovraccarico energetico.
ore 20:31
Scopro infatti che non è saltata dal quadro interno ma dal contatore dell’enel che non ho idea di dove sia.
ore 20:45
Chiamo Soledad, una delle attrici in residenza al San Giacomo, che risolve tutto spiegandomi minuziosamente come fare: il contatore è insieme a quelli degli appartamenti: dentro un portone del quale non ho le chiavi: impreco: citofono ai residenti e siano benedette la signora che mi ha aperto e Soledad. Riattivo il contatore.
ore 20:55
Rientro, riavvio i computer, controllo che le luci non siano fulminate e corro in bagno a prepararmi perché è già arrivato un po’ di pubblico amico.
ore 21:00
Sono ancora in bagno. Il pubblico amico decide di entrare e di andarsi a sedere quando in realtà lo spettacolo inizia a “sipario aperto”, prevede cioè che il pubblico entri mentre l’attore sta già vivendo la scena.
ore 21:02
Chiedo gentilmente al pubblico di uscire e di rientrare solo quando verrà chiamato.
ore 21:20
Inizia la generale
ore 22:00 (circa)
La voce di una delle residenti irrompe nella scena con un «ABBASSAAAAA!». In quel momento capisco perché la corrente sia saltata poco prima e seguito a recitare con la certezza che la generale sarà (nuovamente) sabotata.
ore 22:30
La generale giunge al termine senza ulteriori problemi di corrente elettrica.
***fine aggiunta “per la cronaca”***

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Diario dell'attore, Teatro
15 gennaio - ex ospedale San Giacomo, Carrara

LA SCENA

Gli oggetti di scena ci sono tutti, alcuni da limare altri da rinforzare però è già tutta un’altra situazione vivere la scena.
Abbiamo addirittura un letto vero e non c’è stato nemmeno bisogno di recuperarlo dai cassonetti dell’immondizia!!!
Tutto a costo zero, non ho parole se non un enorme grazie al Materassificio Cardalana

Adesso è il momento di dare il massimo, non è più possibile temporeggiare e rimandare. Adoro quando bisogna diventar pragmatici.
Il giorno del debutto si avvicina e so che arriverà in un baleno.

C’è stata una cosa che mi ha fatto sorridere: mia mamma si è preoccupata per questo spettacolo, ha paura che la faccia soffrire troppo.
Per una madre dev’essere difficile vedere il proprio figlio ridotto come Nino: chiuso nelle memorie più dolorose legate alla sua infanzia.
Lei che ha sempre faticato per me.
Lei che ha sofferto per mettermi alla luce e per difendermi.
Lei che mi sostiene e mantiene in ogni difficoltà.
Lei può avere tutto quello che posso darle.
Perché è una madre?
No, non è solo quello: perché è la mia.
Propria mia.
E io sono proprio il suo. 

È proprio questa la cosa pericolosa.

C.M. Tramite, Dentro il buco, 2018, scena “L’alba”.
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14 gennaio - dentro l'automobile

I GIRI

Ma i giri che bisogna fare per preparare uno spettacolo?!
Sono TROPPI! Non ne posso più di girareeeeeeeeeee!
In più sto preparando il palinsesto televisivo, quindi fai un video di qua e un video di là, poi manca questo e ti manca quell’altro, sfreccia in macchina fino a quel negozio sennò chiude e il negozio ha chiuso in anticipo, impreca di qua e impreca di là, ti viene fame ma di che mangi se hai finito i soldi per l’ultimo oggetto di scena? Ma io dico: un trovarobe come fa a vivere? Mangia nella sua vita? Riesce a farsi una doccia tra un giro e l’altro? Riesce a sopravvivere? I soldi che anticipa li riprende? Conserva gli scontrini come santini nel portafogli? Dorme? Forse quasi tutti i trovarobe si sono addormentati al volante e sono morti. Ci sta, anche perché non ne ho mai incontrato uno!

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Diario dell'attore, Teatro
8 gennaio - lo spazio prove a Carrara

A FINE GIORNATA

A fine giornata, vorrei premere un tasto che mi metta in standby.
Vorrei fare la pulizia della memoria interna per rilassarmi.
Vorrei comprare una batteria nuova al supermercato per tornare carico all’istante.
Vorrei installare un antivirus che mi distolga, solo temporaneamente, da certi pensieri.
Vorrei una ventola per raffreddare la testa da dentro.
Vorrei una spina per evitare il risparmio energetico.
Vorrei soltanto riposare.

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Diario dell'attore, Teatro
4 gennaio - lo spazio prove a Carrara

IL FILO

Ho fatto la prima prova con il vestito ed è andata abbastanza bene. In certi momenti è stato un po’ d’impiccio ma basterà accorciarlo leggermente e prenderci dimestichezza con le prossime prove.

È affascinante assistere Mina mentre sistema il vestito, cuce a doppio filo, creando un caos incredibilmente bello a vedersi. Mi scappa da ridere perché io sono tutto il contrario: meticoloso fino ad essere, talvolta, ossessionato dalla simmetria. Eppure lo stile e la poetica di Mina continuano a stupirmi.

Un mio caro amico ci ha fatto visita e dopo la filata, con grande entusiasmo, ha dato la sua lettura di alcuni passaggi che per me erano ancora poco chiari. Lo stimavo prima, figuriamoci adesso che è riuscito a distendere nitidamente un filo rosso dall’inizio alla fine; la maggior parte delle cose che vogliamo trasmettere lui le ha recepite e fatte sue. Mentre ci riportava le sue sensazioni, lo ascoltavo come se mi stesse raccontando una storia nuova…beh, devo dire che sono proprio contento del risultato che abbiamo ottenuto finora, mi piace!

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3 gennaio - lo spazio prove a Carrara 

IL RICORDO

Sconsiglio vivamente a chiunque debba scrivere una tesi di passare le feste in famiglia. Meglio andarsene in vacanza, in un posto brutto, per niente turistico e studiare là. Magari al caldo!

Qua invece c’è confusione, non trovi parcheggio, per strada incontri pure gli amici dell’asilo che ora hanno un figlio e che vivono all’estero e che sono ricchi e che di qui e che di là! Quindi che fai, ti rifugi in casa, ma lì non c’è speranza d’isolarsi, per non parlare del freddo! Io-odio-avere-freddo e, per quanto lo spazio prove sia fantastico, si G-E-L-A. Ma il freddo che ho provato oggi… è stato sfiancante! Mi sono scaldato solamente quando ho visto il COSTUME DI SCENAAAAAAAAAA!!

So che non è la versione definitiva, anzi, siamo ancora alla base del vestito che sarà, ma mi basta toccare il tessuto e muovermi al suo interno per emozionarmi. Riaffiorano ricordi passati, di grandi produzioni teatrali, ricche di luci, oggetti, attori e le scenografie montate dai tecnici. Bei tempi, quelli in cui avevi solo qualche secondo per sfilarti di dosso il costume di scena e indossarne un altro, il tutto nel pertugio di una quinta che mai era la stessa, perché quella quinta cambiava tutte le sere. Quando venivano addirittura a chiamarti in camerino e la sarta ti aggiustava all’ultimo momento un bottone allentato.

Eh, sì. Chissà com’era fare l’attore a quei tempi. Ah, io di sicuro non lo so! Mi sono appropriato dei ricordi di Marcello, il mio vecchio insegnante di teatro. In realtà, proprio grazie a lui, ho assaggiato un chicco (ma nemmeno, ecco..direi più una briciola, un pelino o come avrebbe detto la Marchesini: «un cecio che un cecio non è!») del mestiere del teatro che fu, in un passato poco remoto che adesso pare mitologia.

Oggi, solo un’artista di strada completamente autonomo riuscirebbe a fare 360 giorni di repliche l’anno, ammesso e concesso che sopravviva al freddo che c’è là fuori. Beh, io non ho mai replicato per più di venti volte lo stesso spettacolo (situazione eccezionale, per ora mai ripetutasi) ma con La ballata di Pulcinella capitano del popolo ho partecipato a una grande produzione, avevamo tutto, pure le sarte!

Grazie Mina! Il vestito che hai fatto mi ha rinvigorito e sono voglioso di andare in scena.

17 GENNAIO 2019 | Ex-Ospedale San Giacomo di Carrara (MS) | Via Carriona incrocio via Grazzano | Ore 17:30 | Posti limitati

Se ti interessa, scrivi un messaggio alla pagina CONTATTO.

La locandina non è ancora pronta ma ho fotografato quella del ricordo. A Lisbona direbbero «saudade», dolce nostalgia.

A domani.

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20 dicembre - lo spazio prove a Carrara

LE FILATE

Filare, filare, filare! Abbiamo ripreso le prove dello spettacolo. Per renderle più utili servirebbero gli oggetti di scena e i costumi definitivi; a nuovo anno avremo modo di provare per più di una settimana quindi speriamo in una buona riuscita.

Il testo ha un ritmo tutto suo, i momenti parlati sono pochi e ho notato che per quanto possano appartenere a una sfera concreta, come quella della maternità, riescono ad astrarsi e a raggiungere situazioni associabili persino alla mia realtà (ventisettenne squattrinato e instabile). Le emozioni sono davvero universali e si originano tutte, quasi sempre, dalla sofferenza o dall’irrefrenabile e insaziabile voglia di sentirsi completi.

Temo che la sensazione di completezza sia inarrivabile come lo è la concezione dell’infinito eppure in quanto esseri umani (compiuti) dovremmo almeno avere la soddisfazione di sentirci completi. Ora pubblico una petizione change.org!

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19 dicembre - lo spazio prove a Carrara

LE PRIME FOTO

Maria Chiara Gagliardi, amica e collega dell’Accademia, ha accettato di scattare qualche foto delle prove di “Dentro il buco”…e che foto!

Ne ho selezionate alcune per evitare spoiler, non sia mai che vi rovini il debutto del 17 Gennaio.

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13 Dicembre - nei sogni

IL SOGNO n1

Stanotte ho sognato che ero madre.

Ho sognato di prendere in affidamento un bebè. Pensavo sarebbe stato bello crescere insieme; io e lui soli, senza l’aiuto di nessuno, superare i giorni come se la vita fosse un gioco. Ci amavamo.

Guardavo la piccola creatura, protetta da tessuti morbidi e rilucenti in rosa, muovere le manine e le gambotte tozze come quelle di un elefante. Ma non era su un lettino, stava dentro una scatola, così quando volevo la mettevo dietro un paravento; per separarci da un mondo al quale solo io potevo appartenere.

Di lui non mi faceva schifo niente ma nel profondo percepivo un forte disagio; sapevo di non avere le capacità per sostenere la piccola creatura, allora perché l’avevo presa? Non è certo un vestito che compri e lasci lì; va accudito e quando crescerà avrà bisogno di soldi e di consigli. 

Il senso di colpa mi dilaniava: avevo la certezza di non avere il tempo per entrambi. L’avrei abbandonata a se stessa, per continuare a fare chissà quale dei mille impegni che, in confronto a lei, non valgono nulla. Dire di sì, sempre e comunque per cavalcare la frenesia del mondo; abbandonare ciò che è più caro per la sopravvivenza. 

Nel delirio di questo ragionamento, prendo un vassoio con sopra un gran pezzo di carne: un pollo con la testa mozzata. Inizio a staccare le cosce e a spaccare il torace. Non guardo i filamenti che si spezzano. Non sento il grasso insinuarsi fra le dita sporche di sangue.

Tutto è bianco e nero adesso.

Mi ricordo del bebè… dov’è? Quand’è stata l’ultima volta che l’ho considerato? Non lo vedo. Mi agito. Smuovo i primi oggetti che posso raggiungere ed eccolo lì. La coscia strizzata sotto il vassoio. Lo libero. Lo fisso. È Grigio. Nero. Buio.

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